Vacanze, la banalità e il miracolo

Di Federico Pichetto

Che cosa cerchiamo nell’estate, nel nostro tempo libero?
Qualcosa che possa sconfiggere la banalità e ridonarci la gioia di vivere.

 

La banalità ferisce profondamente il desiderio che abbiamo di vivere. L’estate può essere il tempo della banalità e lasciarci con enormi ferite: è banale il modo con cui oggi viene dipinta l’Italia, sono banali i commenti, gli slogan, le contrapposizioni.
Ma è banale anche il tempo che spesso si passa insieme, senza mai dirci quello che conta, quello che davvero ci sta a cuore.

L’estate risveglia la banalità, il tempo libero a volte la amplifica fino a farla diventare il modo normale di vivere, un modo che ci lascia più stanchi e più soli.
Il tempo del riposo diventa così il tempo dell’insoddisfazione e il tempo dei rapporti diventa una sceneggiatura di illusioni ammantata di allegria.

Niente l’uomo può contro la banalità. Né con la forza dell’amore – troppo distante rimane l’altro per quanto si avvicini – né con la forza del dolore – tutto si dimentica presto, sepolto da commenti e parole che mirano solo a toglierci sapore e stupore.

Per questo è un miracolo trovare nel cuore dell’estate un volto, una trama di volti, che nel loro incerto stare insieme, nel loro goffo tentativo di esserci, magari venato da un po’ di epica o da un velo di nostalgia, risveglino la forza della nostra dignità.

Dignità di vivere e di voler vivere. Dignità di amare e di essere amati. Dignità di perdonare e di essere abbracciati.

La dignità è la migliore amica del desiderio.
Perché un desiderio senza dignità è capriccio, è pretesa, è istinto, è ostinazione. La ricerca di un amico, nella canicola delle nostre città o sulle vette delle nostre montagne, è la ricerca di un bene, di una consistenza, di un’umanità. Il miracolo non è solo che questo amico ci sia, che possa esserci una compagnia di amici tale da trascinare il nostro pregiudizio e la nostra supponenza al di là della morte cui tutto sembra condannato; il miracolo è – soprattutto – permettere che quel volto che incontriamo ci cambi, che quelle facce che squarciano certe giornate siano ancora cercate e ritrovate. Il miracolo è che, nel fragore di questi giorni così stupidi ma così violenti, il cuore possa affezionarsi a qualcosa, gli occhi possano ricominciare a vedere, le mani si rimettano in moto a costruire. Non che accada – la vita sempre accade! – non che duri – nessuno può decidere di farla durare – ma che mi cambi: questo è il miracolo che ci strappa dalla banalità e ci restituisce, con un po’ di sana ironia, ai tremori dell’inverno.

Se qualcuno intercettasse tutto questo, se qualcuno trovasse Qualcosa che anche per un solo istante gli ridonasse dignità, il peccato non sarebbe tradire o sbagliare o distrarsi. Il peccato sarebbe far finta di niente. Divorarlo in quei pensieri, in quelle parole e in quei ragionamenti che sono così perfetti da far diventare ogni cosa vecchia e ogni inizio banale. Questo sarebbe il male, questa sarebbe – anche in un caldo giorno di luglio – la fine dell’estate.

 

Fonte: ilSussidiario

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