Si comunica solo ciò che si vive

di Stefano Lavelli

Il cuore dei ragazzi è un terreno da dissodare pazientemente, ogni giorno, perché Dio possa iniziare a mettervi radici. Una testimonianza da Torino.
Casa nostra affaccia su piazza Santa Giulia, punto di ritrovo per i giovani della movida torinese. Le domande che mi riempiono l’animo, guardando fuori dalla finestra, sono all’incirca queste: “Che cosa stanno cercando?”; “Quello che trovano, è all’altezza dei loro desideri?”; “E io, che contributo posso dare alla loro vita?”.

A gennaio dello scorso anno, vado a pranzo con due ragazzine di terza media che sono rimaste legate a noi dopo il sacramento della cresima. Silvia mi pone alcune domande sulla fede, sul fatto che lei vive a tratti la fiducia in Dio e a volte ha dei dubbi, spesso suscitati dai compagni di classe che non credono, oppure dal vedere che c’è tanto male nel mondo, tanto dolore che sembra un’obiezione a Dio, o almeno alla sua bontà. Ho chiesto anche all’altra ragazza, Francesca, cosa ne pensasse e ha risposto così: “Da quando vi conosco non mi sono più sentita sola, perché ho scoperto che ci ha messo insieme Qualcuno più grande di noi. E anche se le mie compagne di classe non lo sanno o non se ne accorgono, io sono certa che Lui c’è. Senza di Lui infatti non avrei mai potuto immaginare un’amicizia così. Non ho pensato io di conoscervi, è successo. E nessun dubbio lo può mettere in discussione”. 

Ho visto in queste due ragazzine il riaccadere di un incontro con Dio, tra di loro e con noi. Come le aiutiamo in questa scoperta? Qual è il nostro contributo perché questa amicizia non si interrompa?

Tutti i venerdì mi vedo con alcuni ragazzi delle superiori. 
È un momento di convivenza semplice. Quando abbiamo cominciato questi incontri, la domanda era: “Racconta quali sono le cose più belle, o le difficoltà, che hai vissuto durante la settimana”. I ragazzi fanno fatica a guardare cosa succede loro, a riflettere su quello che capita, a usare la ragione e non solo il sentimento: partire dalla loro esperienza e aiutarli a guardare è un passo fondamentale. Però non basta. 
Per questo, abbiamo cominciato a fare ogni tanto piccole lezioni su temi che emergono dai dialoghi con loro. 
Lo scopo è mostrare che cosa ha da dire Cristo sulle domande che la vita suscita. Ad esempio, quest’anno ho fatto lezioni sull’amicizia, sullo studio, sulla fiducia tra gli uomini e in rapporto alla fede.
Tuttavia, nemmeno l’ora d’incontro è sufficiente perché una proposta cristiana possa attecchire in maniera affascinante e duratura. Così, prima dell’incontro, ceniamo insieme. 
È un momento semplice ma vengono fuori tante cose che altrimenti non riescono ad emergere. Si apparecchia, si sparecchia, si condivide con gli altri qualcosa da mangiare, ci si racconta com’è andata la giornata.

Una volta al mese, proponiamo poi una messa dedicata ai ragazzi delle superiori. Al termine, facciamo mezz’ora di silenzio in chiesa, distribuendo i testi delle lezioni dove abbiamo inserito gli esempi che hanno fatto i ragazzi nei dialoghi con noi. Alla fine, assemblea, cena comune e serata assieme.

Una delle cose che mi sorprende in questi ragazzini di prima superiore, è il desiderio che hanno di invitare altri. 
Dallo scorso settembre, si sono aggiunti al nostro gruppo compagni di classe, amici che magari avevano fatto il catechismo e poi se ne erano andati, altri ragazzi arrivati da chissà dove. 
Non ho mai parlato di missione o di testimonianza con loro. 
È evidente però che, partecipando a una esperienza positiva, desiderano comunicarla, magari in maniera un po’ goffa o inadeguata, come faccio io. In loro, vedo accadere ciò che sperimento io: si comunica solo ciò che si vive.

(Stefano Lavelli, sacerdote dal 2013, è viceparroco di Santa Giulia a Torino. Nella foto, durante un momento di vacanza con gli studenti.)

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