Ricordare Martin Luther King per ricominciare a sognare

Uno dei discorsi più iconici della storia americana, ma oltre mezzo secolo dopo il sogno non si è ancora realizzato del tutto.

Di Lorenzo Cipolla

In un mondo che sembra aver perso la capacità, innocente e rivoluzionaria, di sognare, sarebbe auspicabile che il ricorrere del cinquantaseiesimo anniversario del famoso “I have a dream” recitato dal pastore protestante e attivista per i diritti civili Martin Luther King induca qualcuno di noi alla riflessione. Immaginare un nuovo futuro, non più stretto dalle maglie della crisi economica e dall’obiettivo del successo ad ogni costo, perché tante diseguaglianze sono ancora lì, intatte se non peggiorate.

“La forza dell’anima”

Il 26 agosto 1963 Martin Luther King arrivò a Washington in occasione della Marcia per il lavoro e la libertà. Davanti a oltre 250mila persone, bianchi e neri uniti, predicò per 17 minuti il suo sogno d’uguaglianza in quello che viene descritto un capolavoro di retorica. Il suo sogno coincideva esattamente con quello americano.
Come nella Costituzione degli Stati Uniti c’è scritto che tutti gli uomini sono creati uguali e hanno diritto alla ricerca della felicità, King invitava a lottare per costruire un domani in cui i figli delle persone di colore venisse giudicati per le loro qualità e non per il loro colore delle pelle. E nell’aprire il suo discorso, si richiamava a un presidente che ha scritto pagine indelebili nella storia americana.
“Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra oggi ci leviamo…” con queste parole descrive Abramo Lincoln, che il primo gennaio 1863 emanò il Proclama sull’Emancipazione ed esattamente un secolo prima  di King, il 23 agosto sempre del 1863, pronunciò il discorso di Gettysburg.
Il pastore di Atlanta ricordava come però i bianchi hanno tradito le loro promesse ai ‘negri’, come li chiama lui: “Cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e della catena della discriminazione”.

Con le sue parole King infonde coraggio e speranza ai suoi fratelli, facendo anche passare il messaggio che il momento della svolta è arrivato.

“Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini.”.

Con un gran senso di umanità, King lanciava un accorato avvertimento che purtroppo negli anni successivi non verrà affatto ascoltato:

“C’è qualcosa che debbo dire alla mia gente. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima“.

L’incubo

La forza delle parole di  King impresse una vera svolta nella politica americana e nel 1965 venne approvato il Voting rights act, che sanciva la fine della discriminazione razziale in materia diritto di voto. Purtroppo all’azione corrisponde una reazione uguale e contrario, appena tre anni dopo il pastore-attivista venne ucciso a Memphis con un colpo di fucile alla testa. L’America ne ha fatto di passi avanti da quel 28 agosto 1963. Ha avuto per due mandati un presidente di colore, Barack Obama, che ha rappresentato davvero l’ingresso nel XXI secolo per il mondo.
Ma più che un sogno, molti afroamericani vivono un incubo quotidiano negli States. Le vittime della polizia sono persone di colore anche se sono il 13% della popolazione degli USA, secondo i dati di Mappingpoliceviolence.org.
Nel 2018, un anno che ha visto appena 23 giorni senza morti ammazzati dagli agenti, le forze dell’ordine hanno ucciso 1.164 persone e il 25% di queste erano afroamericani. Di questi, meno uno su tre era sospettato di crimini violenti e armati.
Uomini e donne di colore negli Stati Uniti hanno tre volte la probabilità di morire rispetto ai bianchi.
Dal punto di vista economico poi, le cose non sono troppo diverse tra il 1863 e il 2019. Scrive Il Sole 24 Ore che nei giorni della fine della schiavitù, gli afroamericani controllavano lo 0,5% dell’intera ricchezza del Paese, 156 ne detengono appena l’1,5%. Una normale famiglia W.a.s.p. (white anglo-saxon protestant) ha un reddito medio stimato di 171mila dollari, dieci volte più di una famiglia di persone di colore, scrive ancora il quotidiano di Confindustria.

Sogno di gruppo

La forza del sogno di King è stata quella di incarnare la speranza di milioni di persone di poter veramente cambiare le cose.
Negli ultimi cinquant’anni il mondo ha spinto in fondo l’acceleratore del progresso e si è diffuso un maggiore benessere, ma la spinta propulsiva del sogno collettivo si è persa nei percorsi individuali alla ricerca della ricchezza e del possesso.

Ricordare e celebrare il discorso di Martin Luther King e far risuonare il suo slogan “I have a dream” dovrebbe farci sollevare un po’ il piede dal nostro acceleratore e per ricominciare a sognare un mondo migliore tutti insieme.

 

Fonte: Interris

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su google
Google+
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su pinterest
Pinterest

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti ora alla newsletter per ricevere gli articoli via e-mail!

Ultimi tweet di Papa Francesco

Immagini che fanno bene

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su google
Google+
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su pinterest
Pinterest

Sguardo al Reale

Un progetto di Suor Lucia Brasca FMA