Poesie per i malati terminali: una carezza

Marica legge poesie ai malati terminali: è una carezza per chi è alla fine della vita!

La coraggiosa iniziativa di portare negli hospice bellezza ed armonia recitando la grande poesia.

 

Fra le varie iniziative volte ad alleviare la sofferenza dei malati terminali e dei loro familiari, ci ha colpito per originalità e coraggio quella intrapresa dalla fiorentina Marica Romolini all’interno degli hospice dove operano i volontari del File, Fondazione Italiana Leniterapia (Corriere).

Leniterapia

Una onlus, quest’ultima, nata nel 2002 per individuare e reperire risorse umane e finanziarie per sostenere la persona malata e la sua famiglia nell’affrontare l’ultima e più difficile fase della vita. Purtroppo in Italia la cultura delle cure palliative è ancora carente, e intorno ad essa si addensano tanti pregiudizi e immotivati timori: questo è il motivo per cui questa Associazione ha optato per il neologismo leniterapia, per comunicare l’idea di cura, dolcezza e solidarietà nel rispetto totale per il paziente e della dignità della vita fino alla sua fine.

I versi dei grandi poeti per accompagnare i malati terminali

Ecco perché la poesia, o meglio anche la poesia, che può trasmettere bellezza ed armonia a chi, pur in procinto di abbandonare questo mondo, continua più o meno distintamente a ricercarle. È con questa profonda convinzione che qualche giorno fa Marica ha varcato in punta di piedi la soglia dell’hospice fiorentino di San Felice a Ema, per recitare i versi dei grandi poeti a beneficio oltre, che dei ricoverati e dei loro cari, anche del personale che vive tutti i giorni a contatto con la sofferenza e la morte. Neruda, Saba, Montale, Hikmet.

“La poesia è una formula magica, che pensa e racconta il mondo in modo diverso, che arriva e agisce sugli animi anche se non la spieghi, con potenza, trasformandoli. Leggere poesie ai malati, a chi sente la vita con tanta intensità e necessariamente si interroga con urgenza su di essa, mi appaga: mi sento capita in questo amore profondo, sento una condivisione che vale tutti i miei studi e la mia ricerca fuori rotta” (Ibidem)

La poesia deve uscire dalle aule universitarie e calarsi nella vita

Fuori rotta perché Marica dieci anni fa ha deciso di abbandonare il percorso accademico per calarsi in una prospettiva diversa, convinta che la poesia per poter dispiegare pienamente le sue potenzialità debba “essere un germoglio fertile nel mondo, un mezzo per vivere meglio, per riscoprirsi uomini e donne integri” (Corriere). 


Integri, umanamente parlando, anche quando siamo malati, morenti, ma in grado di risuonare e trovare conforto, ad esempio, in questi splendidi versi di Pablo Neruda:

“Non ti accecherà il buio né la luce abbagliante: di questo impasto umano sono fatte le vite, e di questo pane dell’uomo mangeremo”. Questa è la ragione per cui la poesia “deve uscire dalle aule universitarie, la poesia è nata dalla vita e deve tornare a essere vita, a calarsi in essa, come atto concreto di lenimento e fratellanza, come atto di amore e dono che riscopra l’umanità”(Ibidem).

La poesia mostra la grandezza e i limiti dell’essere umano

Poesia che in alcuni momenti, anche drammatici, riesce a toccare dolcemente le corde dell’ironia con lo sguardo di chi ha vissuto insieme la grandezza e i limiti dell’essere umano, come in questi versi di Giorgio Caproni dove il viandante, giunto al traguardo della sua esistenza, rivolge ai suoi compagni di viaggio il ringraziamento per tutto quanto hanno condiviso:

“Dicevo, ch’era bello stare insieme. Chiacchierare. Abbiamo avuto qualche diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale anche questo –  odiati su più d’un punto, e frenati soltanto per cortesia. Ma, cos’importa. Sia come sia, torno a dirvi, e di cuore, grazie per l’ottima compagnia”.

 

Fonte Aleteia

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