L’intervista a Bob Geldof: «La società è orfana di leader»

Trent’anni dopo Band Aid, il musicista che ha portato la filantropia nel mondo del rock riflette: «Oggi non lo rifarei. Il mondo ormai è cambiato. Penserei invece a un’attività di crowdsourcing on line»
Prima di lui, nessuno. Dopo: un’infinità. Sir Robert Frederick Zenon Geldof, noto semplicemente come Bob, è il musicista che ha portato la filantropia nel mondo del rock. Ha trasformato superstar assuefatte al protagonismo dei divi in umili (si fa per dire) coristi al servizio di cause umanitarie. Con Band Aid – era il 1984, gli artisti erano le celebrità britanniche – e poi con Usa for Africa – 1985, e c’erano tutti: Bruce Springsteen e Diana Ross, Stevie Wonder e Tina Turner, Michael Jackson, Dionne Warwick, Bob Dylan – ha vinto dischi d’oro e di platino, stracciato ogni classifica, raccolto qualche centinaio di milioni di dollari. We are the world è l’inno, di quella generazione pop (anche) che scoprì l’impegno dopo una gravissima carestia in Etiopia.
La cantiamo ancora oggi
E ancora oggi il Live Aid resta il più grande concerto, il più grande collegamento via satellite e la più grande trasmissione televisiva di tutti i tempi: il 95 per cento dei televisori del mondo, quel 13 luglio 1985, era sintonizzato sulle immagini dei «palchi simultanei» montati allo stadio Wembley di Londra e al Jfk Stadium di Philadelphia. Fu in fondo il primo concerto globale. Un evento e un successo epocali il cui artefice, però, oggi dice: «Non lo rifarei». Nel senso che cercherebbe altre vie: un progetto collettivo online, in omaggio ai tempi, non più un disco. Come racconta in questo scambio di battute lo stesso Geldof, alla vigilia del suo viaggio milanese per partecipare all’ottavo Forum internazionale del Barilla Center for food & nutrition.
Partiamo da qui, Bob: che messaggio porterà al Forum su alimentazione e nutrizione?
«Non so ancora, con precisione, che cosa dirò. Lo deciderò sul momento».
Lei però si occupa attivamente di questi temi da decenni. Qual è il suo bilancio
«Ritengo che pensare alla sostenibilità, in un pianeta dalle risorse limitate, sia come inseguire l’arcobaleno».
Il che dà l’idea di qualcosa di irraggiungibile, perché l’obiettivo si sposta sempre in avanti. Fino a qui, che cosa è stato fatto bene e cosa, invece, poteva essere fatto meglio?
«A mio avviso si sarebbe potuto fare di più sulle tecniche di coltivazione e di irrigazione».
Lei ha cantato l’indifferenza.
Nella sua lotta alla fame nel mondo, quanta ne ha trovata? Distinguerebbe tra l’atteggiamento dei governi e quello delle popolazioni?
«La povertà è soltanto uno dei problemi. Nelle economie sviluppate, ad esempio, non si trovano situazioni di persone “ affamate”. Non a caso, come ha sottolineato il grande economista e premio Nobel indiano Amartya Sen, in uno Stato democratico non c’è mai stato il problema della carestia».
Parliamo tutti molto di economia e sviluppo sostenibile. Per lei «sostenibile» che cosa significa? E trova che ai discorsi segua, mediamente, un effettivo maggior impegno?
«No, non credo che ai discorsi segua un effettivo maggiore impegno. Credo invece che il modello del consumo “senza fine” debba essere ripensato».
Sulla terra siamo in 7,1 miliardi.
Più di un terzo di noi – 2,1 miliardi di persone – è obeso. E mentre 815 milioni di uomini, donne, bambini soffrono la fame, ogni anno buttiamo o sprechiamo cibo per 750 miliardi: è un terzo del totale prodotto, e basterebbe a sfamare quattro volte l’esercito di chi il cibo non ce l’ha.
Lei da dove comincerebbe, per rimediare a questo drammatico paradosso?
«Credo che quella che lei sottolinea sia un’anomalia economica e una catastrofe sociale al tempo stesso. Ci pensi bene: la gente ingrassa con zuccheri di basso livello ad alto valore energetico e con cibo industriale ricco di grasso, che viene prodotto in alta quantità ma a basso costo.
Le popolazioni rurali più povere, nel frattempo, non hanno nulla da mangiare e noi facciamo finta di non vederli né sentirli.
È ironico, se guarda bene, che gli alimenti più costosi nei nostri supermercati siano il pane e l’acqua».
Qual è la priorità, oggi?
«Se siamo consapevoli che il XXI secolo non sarà mai come il XX, allora comprenderemo anche che abbiamo bisogno di nuove logiche, di pensare in maniera differente.
E che l’individuo ha la possibilità di “fare”, rispetto ai governi e all’inerzia burocratica».
Una nuova Band Aid, più di trent’anni dopo la prima: a quale missione la dedicherebbe, e chi vorrebbe ci fosse?
«No, non vorrei fare una nuova Band Aid.
Il mondo è cambiato ormai. Se dovessi fare qualcosa penserei a una attività di crowdsourcing online e non attraverso un disco».
Chi sono – se ci sono – i leader del mondo oggi?
«Il grande problema che viviamo oggi è proprio questo: non ci sono. 
E qui aggiungerei un’ultima riflessione, sul ruolo della società civile e degli attivisti.
In una società come quella contemporanea, costantemente connessa, i governi non possono più operare in un contesto esclusivo, che ignora la voce diretta dell’elettorato.
In questo quadro, per un buon governo diventa sempre più importante proprio quel ruolo: quello della società civile e degli attivisti, delle loro azioni e delle loro reazioni».

di Raffaella Polato | Corriere Buone Notizie
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su google
Google+
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su pinterest
Pinterest

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Iscriviti ora alla newsletter per ricevere gli articoli via e-mail!

Ultimi tweet di Papa Francesco

Immagini che fanno bene

This error message is only visible to WordPress admins

Error: admin-ajax.php test was not successful. Some features may not be available.

Please visit this page to troubleshoot.

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su google
Google+
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su pinterest
Pinterest

Sguardo al Reale

Un progetto di Suor Lucia Brasca FMA