L’infinito che vogliamo davvero

di Emmanuele Silanos

Il desiderio del cuore è lo stesso per tutta la vita. E tutta la vita è una scoperta continua di quel desiderio.

 «La giovinezza è l’unico vizio che si perde con l’età», diceva qualcuno. In realtà, è vero il contrario: la giovinezza è l’unica cosa che rimane, anche con il passare degli anni. Perché si perdono i capelli, aumentano le rughe, cresce, magari, la maturità del giudizio assieme agli acciacchi fisici, ma c’è una cosa che non smette di essere se stesso: il cuore rimane giovane tutta la vita. Puoi anche essere costretto a letto, senza muoverti, senza poter dire nulla…

Ma gli occhi parlano di un cuore vivo, che pulsa, che desidera quello che voleva quando era piccolo, quando era giovane. Che cosa desidera? Innanzitutto, essere amato, essere voluto bene. Forte di questa certezza, è ancora curioso, desideroso di conoscere il senso ultimo della realtà.

In questo senso, si è giovani sempre se si tiene aperto quel desiderio, se non lo si censura, se non lo si soffoca. In questo consiste, forse, l’invito di Gesù a Nicodemo, a rinascere quando si è vecchi, a tornare bambini.

Se il bambino è l’esempio classico di questo desiderio, di questa apertura positiva alla realtà, è nei ragazzi, nei giovani che questo desiderio si evolve in coraggio, creatività, voglia di costruire, bisogno di qualcosa di grande, di avventuroso.

Così finiamo per fissarci su immagini che possono essere più o meno irrealistiche del nostro futuro: fare l’astronauta, la modella, il cantante trap… Sono tentativi di dare concretezza a un sentimento vago della propria realizzazione; inevitabilmente, tendono a ridurre quel desiderio, a dare una risposta piccola a una domanda grande. Queste immagini finiscono per deludere: anche quando uno riuscisse a realizzare il proprio sogno, finirebbe per scoprire che non basta per garantirgli la felicità.

Tra i vari anniversari che ricorrono in questo 2019 (dalla caduta del Muro alla morte di Leonardo da Vinci, dallo sbarco sulla Luna alla strage di piazza Tienanmen), ci sono i duecento anni da che Giacomo Leopardi ha scritto la poesia L’Infinito.

Quei versi descrivono mirabilmente come la bellezza della realtà susciti, in ciascuno di noi, il desiderio dell’eterno. Ed è proprio quell’eterno, quell’infinito che vorremmo poter trovare nella vita di ogni giorno.

È forse anche per questo che, ad esempio, ci affascina Internet: perché ci si presenta come un’infinita possibilità di cercare, trovare, vedere, conoscere. Abbiamo l’impressione di avere un infinito a nostra disposizione. Eppure, anche quella, in fondo, è una conoscenza illusoria perché taglia fuori aspetti della realtà troppo importanti: il contatto fisico, il gusto, l’olfatto, la presenza concreta dell’altro, della natura, di tutto ciò che, altrimenti, vedresti e conosceresti solo in modo virtuale. E non ti basta. Noi l’infinito lo vogliamo per davvero…

Mi viene in mente la nostra amica di Taiwan, Wu Yi Ru, quando, anni fa, accettando un po’ di malavoglia l’invito, rivolto a lei e ai suoi amici da parte del nostro don Paolo Desandrè, ad avventurarsi, durante una serata fredda di fine agosto, in una improvvisata passeggiata in montagna, si è trovata, tutto d’un tratto, davanti alla più luminosa stellata della sua vita. E lì, al cospetto dell’infinito, ha intuito per la prima volta in vita sua che tutto quello che stava guardando doveva avere un Creatore e che lei stessa faceva parte di quella maestosa opera che è la creazione. È stato quello il seme della sua successiva conversione al cristianesimo.

Allora, di che cosa hanno bisogno i nostri ragazzi?

Della stessa cosa di cui abbiamo bisogno noi: di qualcuno che ci porti a vedere le stelle, il cielo, qualcuno, cioè, che ci faccia percepire che siamo fatti per l’infinito, e che di questo infinito possiamo fare esperienza già qui ed ora.

Cosa succede quando questo non avviene?
Quando viviamo senza qualcuno che ci educhi ad usare il nostro desiderio?
Che si rischia di diventare come il protagonista di Novecento di Baricco, cresciuto in un mondo virtuale, un figlio senza padre, un genio senza maestro: diventeremmo uomini impauriti, incapaci di scegliere, che si fermano a metà della scaletta e se ne tornano indietro. Se non si è certi di essere amati, se non si è educati al fatto che la realtà, nonostante il male, è ultimamente positiva, si finisce per non voler vivere più, come una ragazza di diciassette anni che chieda di andarsene per sempre con il benestare di genitori e società.

Il contrario della giovinezza è lo scetticismo, che porta alla disperazione.

Il nostro cuore non smette di aspettare qualcuno che ci aiuti a cogliere il Tutto dentro l’infimo aspetto della realtà, che ci porti a credere che questa realtà è una porta aperta verso qualcosa di ancora più grande.

E questa attesa non diminuisce con l’età, anzi, cresce con l’approssimarsi di quella parola “fine” che è, in verità, solo un nuovo inizio.

 

Fonte: sancarlo.org

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