L’educazione è sempre un lavoro a quattro mani

Di Laura Giulian

Gli adolescenti vanno portati a diventare sé stessi.
La scuola non può essere l’imposizione di un modello, ma il modo per porre le domande giuste

 

Lo sguardo stupito di 20 adolescenti è impagabile.
Difficilmente qualche frase, soprattutto se pronunciata da un adulto, li colpisce tutti indistintamente. Eppure, qualche giorno fa, proprio questa scena si è manifestata davanti agli occhi di noi educatori.

La rivelazione dell’etimologia della parola “educare” è stata per loro come lo svelamento di un nuovo mondo, di una nuova prospettiva.
“E-ducere”, ovvero tirare fuori ciò che già c’è dentro, ciò che già esiste ma che necessita di essere fatto uscire. Non un concetto riservato solo agli addetti ai lavori del settore, bensì una scoperta importante anche per chi è destinatario di tali azioni.

Uno dei ragazzi, davanti a questa novità, in modo meravigliato e ancora stordito, ha commentato:
“E io che pensavo che educare significasse diventare simile al modello del ‘bravo ragazzo’ che credo vogliano i miei genitori!”.

Una frase ben lontana da un’attestazione di anarchia o di libertà sfrenata – che facilmente l’anagrafe potrebbe giustificare – ma un sotterraneo desiderio di uscire allo scoperto, di ricerca della propria reale identità.
I nostri alunni, questi giovani ragazzi, hanno espresso in modo forte e convinto il desiderio di ricevere dei confini dentro cui imparare a stare, attraverso cui poter fare ordine nel loro caos e grazie ai quali imparare a fidarsi di regole che non sempre condividono a pieno.
Hanno rifiutato l’imposizione di un modello scegliendo, invece, la strada di chi comincia a porsi la domanda: “Chi sono io? Che uomo/donna desidero diventare?”

Ciò che ha fatto loro sgranare gli occhi con stupore, è stato sentirsi chiamati in causa come protagonisti del processo educativo. Un cambio di prospettiva notevole. Non semplici vasi vuoti da riempire solamente, bensì creature pensanti a cui attestare fiducia, a cui far prendere contatto con la verità profonda di sé.
Nel recentissimo film del “Re Leone” c’è un passaggio molto significativo, quando Simba, ormai cresciuto e lontano da casa, viene aiutato a ricordare, riportando al cuore la sua reale e più vera identità, anestetizzata e seppellita dal dolore nel cassetto più profondo della sua anima.
“Simba, ricordati chi sei!”.

Il prof, l’educatore o il genitore, possono dirlo, spiegarlo, ma la partita si vince solo nel momento in cui si rende l’alunno, l’adolescente, il proprio figlio, protagonista attivo nella scelta di chi voglia realmente diventare. È un continuo e dinamico lavoro a quattro mani.

Le risorse da mettere in gioco sono tutti gli strumenti didattici e non, necessari a “condurre fuori” quel nucleo prezioso esistente dentro ciascun ragazzo, rendendolo parte attiva e creativa in questa relazione di scoperta e di venuta alla luce.

 

Fonte: il sussidiario.net

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