La luce del pontificato di Francesco

Francesco guarda all’essenziale e annuncia la grande gioia dell’Incarnazione di fronte alla più grande crisi del cattolicesimo dal Vaticano II a questa parte.

FERNANDO DE HARO

In mezzo alla bufera, al tradimento, al peccato dei suoi, mantiene lo sguardo fisso sull’essenziale. Di ritorno dal suo viaggio in Irlanda, uno dei Paesi dove la pederastia e i delitti dei sacerdoti han fatto i maggiori danni, dopo che l’ex nunzio Viganò ha chiesto le sue dimissioni con menzogne, Francesco dichiara nell’udienza generale: Cristo vuole “fare del mondo una casa dove nessuno è solo, non voluto o escluso”. 

Gli occhi del Papa argentino cercano, in un momento di prova, lo sguardo di Gesù di fronte al mondo. Non cade nella trappola, denunciata mille volte, della autoreferenzialità. Davanti alla crisi, Francesco reagisce come un cristiano nel quale il cristianesimo non si è trasformato in una “dottrina senza mistero” o in una “volontà senza umiltà”. Risponde alzando lo sguardo, “riconoscendo la presenza di Gesù Cristo e seguendo”. Questo cristianesimo cristiano di Francesco, questo restare “affascinato e pieno di stupore di fronte alla eccezionalità dell’incontro con un avvenimento, con una Persona” è ciò che rende luminoso il suo pontificato. Luce per un mondo in transizione, ferito dal collasso dei tempi moderni. Chiarezza per una Chiesa attraversata da una crisi severa dove la fede dei semplici tende ad essere confusa da richieste clericali che mettono in discussione il suo fondamento e la sua garanzia: l’autorità. Francesco guarda all’essenziale e annuncia, instancabilmente, la grande gioia dell’Incarnazione.

Bergoglio è un giovane che incontra la sua vocazione in un confessionale; poi, sarà un giovane ex provinciale dei Gesuiti che, senza dovere alcuno, passa moltissimo tempo in un altro confessionale. E nei confessionali impara quale è il segno dei tempi. In un mondo postcristiano, “il desiderio della bontà divina è proprio dell’uomo di oggi”, che “sotto la patina di sicurezza in se stesso e nella propria giustizia, nasconde una profonda consapevolezza delle proprie ferite” (Benedetto XVI). Non è l’uomo che si giustifica davanti a Dio, ma è Dio che si giustifica davanti all’uomo, come Colui che risponde al male con una tenerezza vincitrice. Questa è la grande intelligenza storica di Bergoglio, il gesuita, il Papa per il quale solo la Misericordia è degna di fede. Davanti al dono di un simile papato, è sorprendente che prevalga la lamentela o il fastidio per lo “stile di Francesco”, per il suo modo di parlare, per le sue supposte imprecisioni o la sua supposta imprudenza.

Il primo gesuita che diventa successore di Pietro non è quel prete, vescovo o cardinale che qualcuno dipinge: ingenuamente premoderno, fiducioso in modo acritico nella fede popolare (qualcuno la definirebbe semplicistica) dell’America Latina, influenzato dal peronismo, pauperista per reazione-pressione del marxismo. Bergoglio affronta fin da giovane le radici idealiste della secolarizzazione (l’Argentina, forse con il Cile, è il Paese più europeo dell’America). Deve affrontare la grande sfida della dialettica hegeliana. Appoggiandosi a maestri come Guardini, auspicando il superamento delle opposte polarizzazioni in un tipo di sintesi, quella che genera Dio, che non annulla le parti. E’ questa formula ed esperienza di polarità opposte che metterà in pratica nell’affrontare il problema del peronismo e dell’antiperonismo. Anche l’impegno per le periferie non è una semplice opzione sociologica, ma un modo per superare il narcisismo che priva la fede dell’avvenimento, che cancella la sacramentalità (per il mondo).

Francesco non mette in primo luogo la Chiesa in crisi: la sua insistenza è sul cristianesimo come avvenimento di grazia e le resistenze che provoca nel nome della corretta dottrina (l’influenza protestante è determinante nell’utilizzare la dottrina contro la autorità) svelano fino a che punto la grande crisi dopo il Vaticano II sia questa e non quella degli anni 70. La crisi di chi si scandalizza perché la Chiesa respinge l’egemonia, di chi ha confuso le conseguenze etiche e dottrinali con l’origine della fede, di chi insegna la morale al successore di Pietro.

Davanti a un Papa che evidenzia la cristianità del cristianesimo emerge “l’ossessione per la legge, l’attrazione a mostrare conquiste sociali e politiche, l’ostentazione della cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria connessa alla gestione di questioni pratiche, il fascino delle dinamiche di autostima e di realizzazione autoreferenziale”. Sono tutti sintomi.

Personaggi come Viganò, che si lasciano usare da settori della Chiesa degli Stati Uniti (con soldi e potere, difensori della creazione di riserve indiane per cattolici sempre meno cattolici), sono il sintomo della resistenza a quello che di più cristiano c’è nel cristianesimo: un Altro che ci accade.

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