Il coraggio di essere felici

di Assunta Steccanella 

Metti un gruppo di catechisti a lavorare sulle Beatitudini. E a chiedersi quale sia davvero il «risultato» del proprio lavoro.

 

Anche il corso catechisti di quest’anno si è concluso: otto incontri, in stile laboratoriale, per arricchire la conoscenza ed aumentare le competenze comunicative. Sono ormai cinque anni che la parrocchia, in collaborazione con le altre comunità della Collaborazione pastorale, propone questo cammino formativo, strutturato ed esigente.

Le adesioni sono incoraggianti: le presenze fluttuano tra le settanta e le cento persone, a seconda degli argomenti trattati.

Tra tutto ciò che si potrebbe raccontare sulla passione dei catechisti, sulla loro consapevolezza di essere, troppe volte, in difficoltà e sul loro sincero desiderio di crescere, voglio soffermarmi su due momenti.

Durante gli ultimi appuntamenti ci eravamo confrontati sulle modalità per guidare degli incontri di catechesi per adulti.

A modo di verifica, avevo chiesto ai gruppi delle diverse parrocchie di provare a strutturarne uno e poi di raccontarlo agli altri.

Una parrocchia aveva poi accettato la sfida di svilupparlo per noi, mettendosi alla prova e accettando i giudizi che eventualmente ne sarebbero venuti. I catechisti hanno lavorato sulle Beatitudini.

Hanno intitolato l’incontro “Il coraggio di essere felici”, ci hanno offerto del tempo per riflettere sul Vangelo di Matteo, hanno coinvolto tutti con le loro provocazioni, hanno consegnato a ciascuno una beatitudine scritta su un gettone colorato, con la domanda: “Che cosa mi impedisce di entrare nella beatitudine?”.

Al termine ci hanno salutati con un regalo, una piccola pergamena con un testo trovato in rete, ma attualizzato in modo magistrale:

Le beatitudini dell’educatore

 

Beati gli educatori “poveri in spirito”
che, per educare alla fede i ragazzi, tirano fuori e spendono tutto ciò che Dio ha dato loro: tempo, energie, fantasia…

Beati gli educatori “miti”
che evitano la tentazione delle scorciatoie, delle minacce, dei ricatti e prediligono la convinzione, il dialogo, la pazienza.

Beati gli educatori “affamati e assetati di giustizia”
che non si rifugiano nel passato ma lottano per un’educazione alla fede adeguata ai ragazzi di oggi.

Beati gli educatori “misericordiosi”
che, comprendendo le difficoltà dei ragazzi e delle loro famiglie, non sentenziano ma ricercano soluzioni equilibrate.

Beati gli educatori “operatori di pace”
di quella pace che nasce “dalla spada e dal fuoco” del Vangelo contro tutto ciò che può danneggiare il cammino dei ragazzi verso la fede.

Beati gli educatori “perseguitati”
dal tempo che non basta mai; dall’amore per quei bambini che “se non ci fossero” e invece ci sono; dalla tentazione di lasciare, ma che ricominciano sempre.

Beati gli educatori così perché la loro ricompensa è Dio!

A fine serata, dopo due ore davvero intense anche dal punto di vista emozionale, ho chiesto ai catechisti di darmi qualche indicazione via mail sul tema che vorrebbero venisse trattato il prossimo anno.

Ecco il testo della prima risposta:

“Come catechista mi chiedo quanto siamo capaci di accettare il fatto che, per quanto facciamo, non possiamo vedere un risultato nei nostri ragazzi. Prima il risultato erano i sacramenti.
Avevamo il compito di condurli lì, e quella meta ci dava sicurezza. Ho parlato con gli altri del mio gruppo, per capire di che cosa sentiamo il bisogno.
Quello che ne è venuto: partendo da una riflessione sul Vangelo di Matteo 12,9-13 (l’uomo dalla mano inaridita, n.d.a.) potremmo riflettere sull’appello a metterci in gioco per chi è ultimo, o lontano, per riportarlo al centro e camminare insieme.
Sapendo che a volte siamo noi stessi a cercare un risultato, qualcosa che ci gratifichi, non essendo capaci di fidarci ‘in perdita’, per cercare solo di crescere e andare avanti. Prima i sacramenti ci garantivano un po’ di successo, ora tutto è in confusione e le sfide ci destabilizzano.

Ci sembrerebbe interessante avere un incontro, se non un corso intero, per rimetterci sulla strada giusta, per crescere nella capacità di fidarci/affidarci a Dio.
Senza l’ansia da prestazione probabilmente riusciremo a usare con più sicurezza tutte le competenze che ci sono state affidate negli ultimi anni”.

I catechisti sono un popolo meraviglioso.

 

Fonte: vinonuovo.it

 

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