I baby calciatori (ri)nati dalla grotta in Thailandia

I magnifici tredici oggi sono inevitabili star. Troppo bello, rinascere, e far capire al mondo che gli adolescenti thailandesi non sono solo la preda degli squallidi europei

 

di Francesco Battistini

 

Poi si seppe che un’idrovora s’era rotta, un’ora dopo il salvataggio.
E che l’acqua era salita all’improvviso di trenta centimetri.
E che tre giorni dopo, con le piogge, la grotta s’era allagata completamente. E che era stato per un nonnulla, se non erano annegati tutti quanti. Poi ci dissero che là sotto non c’erano sepolti vivi solo i dodici ragazzini col loro allenatore: in quei giorni di dramma – rivelazione! – i sommozzatori avevano dovuto tirar fuori anche quattro tecnici della società idrica thailandese, tanto volonterosi quanto pasticcioni, che nella concitazione dei primi soccorsi erano rimasti bloccati, pure loro, nel labirinto sotterraneo di Tham Luang.

Poi finì tutto con tanti baci, lacrime, preghiere.
E sotto i tendoni dell’accampamento stampa montato sullo stradone verso la Birmania, fradici dei monsoni che ci si rovesciavano addosso, mentre le ambulanze portavano all’asciutto i Cinghialotti sani e salvi, anche noi giornalisti ci abbracciavamo piangendo e pensandola come Anatole France: il caso, la fortuna, le incredibili coincidenze sono soltanto lo pseudonimo che Dio usa quando non vuole firmare i suoi miracoli.
Quella grotta eravamo noi. Quell’uscita dal tunnel, pure.

La morte e la rinascita. La più angosciante e poi la più bella notizia del 2018. Il lieto fine perfetto.

 

Come mai il mondo si fermò, un inizio d’estate, e migliaia di giornalisti si ritrovarono a dormire due settimane fra le risaie del Triangolo d’Oro e centinaia di milioni d’occhi del mondo si fissarono su quel buco nero di Mae Sai?
E perché con quella storia lontana, dall’altra parte della Terra, i siti d’informazione registrarono un numero di clic cinque volte superiore al normale?

Fu l’incubo di Vermicino, a tenerci là. Lo stesso psicodramma dei minatori cileni. Le cronache dal sottosuolo che t’inghiottono e non ti restituiscono. La paura delle tenebre. Il mito della caverna che inquieta. Se perfino il sereno Gandhi aveva timore del buio, e dormiva con una candela sempre accesa vicino al suo giaciglio, perché noi no?

In fondo, proprio con le candeline d’un compleanno era cominciato tutto: il diciassettesimo happy birthday del piccolo Peerapat Sompiangjai, detto «Night».

E con la scriteriata idea di Ake, l’allenatore della squadra di baby calciatori dei Moo Pa, i Cinghialotti, d’andarlo a festeggiare nei dieci chilometri di reticoli sotterranei che fanno confine fra Thailandia e Myanmar: infilandosi nella montagna della Donna che Dorme, calpestando secoli di malauguranti leggende.

La pioggia imprevista ma prevedibile, perché nei mesi estivi dei monsoni la grotta è chiusa ai turisti. Le biciclette abbandonate.
La fuga panicata verso il nero là sotto, anziché verso la luce qua sopra. I quattro chilometri di corsa fino alla provvisoria salvezza d’una cavità, Pattaya Beach, dove l’acqua non poteva salire.

I giorni della disperazione – «saranno tutti morti» – e quello della speranza, il nono, quando due speleologi inglesi arrivano fin laggiù e li filmano smagriti eppure tranquilli, smarriti eppure sorridenti. «Quanti siete?». «Dodici! Tredici, con Ake!».

Evviva. Vivi. L’ora del figliol prodigo e quella del prodigio da inventarsi: sopravvissuti, certo, e nutriti degli ultimi snack e dissetati leccando le stalattiti umide, ma come diavolo li portiamo fuori da quel buco?

Si dice che le sei perfezioni thai sono la generosità e la disciplina, la pazienza e la perseveranza, la concentrazione e la conoscenza: ce l’insegnavano i monaci che ogni mattina salivano a Tham Luang fra canti e incensi, per implorare lo spirito della montagna e per incoraggiare un intero Paese. I Cinghialotti in quei dodici giorni si perfezionarono grazie al loro cittì Ake, già seminarista buddista, che là sotto li incoraggiava, li rilassava, faceva scrivere tenere lettere alle famiglie («scusate il disagio», «preparateci il riso col maiale», «non dateci troppi compiti di punizione quando usciremo…»).
E con le istruzioni dei sommozzatori Thai Navy Seals e d’un centinaio di diver atterrati da Usa e Gran Bretagna, Belgio e Norvegia, Messico e Australia, Francia e Danimarca.

E poi coi contadini tutt’intorno che accettarono d’allagare i loro campi, pur di prosciugare la grotta con le pompe idriche.

Con le maschere speciali e le lezioni d’immersione, perché i Cinghialotti non sapevano nuotare. Con le simulazioni dei sub, perché si studiava come passare sott’acqua per cavità larghe trenta centimetri. Accadde di tutto, nella confusione di quei giorni. L’aria che calava e l’acqua che saliva. Il medico australiano Richard Harris che controllava la salute dei ragazzi e intanto non sapeva che suo padre stava morendo d’infarto, guardandolo in tv da Adelaide.

Il milionario Elon Musk che s’offriva di sperimentare (e pubblicizzare) uno speciale sommergibile, ricevendo scortesi no grazie e insultando i soccorritori e finendo a carte bollate.

Il sommozzatore Salman Gunan che soffocava per mancanza d’ossigeno, oggi ricordato con una statua da eroe nazionale.
Una mamma che crollava: «Se non è uscito vivo Gunan, sub professionista e campione nazionale di triathlon, come possono farcela i nostri bambini che hanno paura dell’acqua?».

Ce la fecero, alla fine. Osando l’inosabile. Strisciando e nuotando uno per uno, per chilometri. «Hooyah!», il grido di vittoria.

I magnifici tredici oggi sono inevitabili star. Li hanno messi in quarantena e sotto antibiotico, ma è durato poco: troppo bello, rinascere, e far capire al mondo che gli adolescenti thailandesi non sono solo la preda degli squallidi europei a caccia di sesso sulle spiagge di Phuket. I Cinghialotti vanno a caccia di gloria. I tour allo stadio del River Plate e a Hollywood, la mecca del calcio che li ha onorati e quella del cinema che li ha scritturati. Le maglie e i palloni regalati dal Bayern, l’abbraccio di Mourinho, le trasferte intercontinentali offerte dal Qatar.

L’allenatore Ake li ha portati un mese in monastero, anche. Tutti rasati e d’arancione vestiti. A pregare, a ringraziare.
E tre di loro, compreso Ake, a ricevere finalmente la cittadinanza thai: erano profughi senzapatria, come lo sono mezzo milioni d’immigrati dalle povertà del Laos e della Birmania e della Cambogia, e la disavventura ha accelerato l’accoglienza. «Perché loro sì e tanti altri no?», han protestato molti rifugiati che vivono ancora nell’ombra e senza diritti: dobbiamo farci seppellire, perché vi accorgiate di noi? Forse sì. Forse c’è anche questa triste morale: il profugo c’intenerisce solo se partecipiamo alla sua storia.

«Nella vita serve coraggio – ha detto Zlatan Ibrahimovic ai Cinghialotti, un giorno a Los Angeles – e voi ne avete avuto più di tutti noi. Ci avete insegnato la capacità di pazientare. Probabilmente, siete la migliore squadra di calcio del mondo».

 

Fonte: https://www.corriere.it/buone-notizie

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