Giacomo Poretti: sono guarito, dedicherò uno spettacolo agli infermieri

Di Annalisa Teggi

Si è ammalato e ha confessato di aver avuto molta paura, ora vuole donare il suo sangue e aspetta di poter ritornare in teatro con un monologo dedicato al mestiere che ha svolto per 11 anni: l’infermiere. Era uno spettacolo già collaudato che ora assume un valore più profondo.

 

Il comico, quasi sempre, non è una persona ridicola.
Per far ridere davvero occorre una visione drammatica dell’esistente, il fool (buffone) di Shakespeare è depositario di verità molto serie.
Sintetizzo queste verità letterarie perché c’è un comico amatissimo che in questi giorni si è raccontato e ha parlato di malattia e timore della morte: si tratta di Giacomo Poretti, nome che per noi è tutt’uno con quelli di Aldo e Giovanni.

 

Al microfono di Mario Calabresi, Giacomo ha ripercorso i giorni di lotta col coronavirus che suppone di aver avuto in base ai sintomi, ma senza che ci sia stata una conferma medica ufficiale.
Nessun ricovero, solo tanta tachipirina e isolamento domestico. E la sua prima battuta sull’argomento è proprio da comico, da chi nello strapparti un sorriso ti fa anche riflettere seriamente:

Mai come ora evocare l’ospedale è evocare il cimitero.

 

Diretto come un pugno. In otto giorni di febbre altissima Poretti ha fatto i conti con la paura che contempla anche il pensiero della morte.
Vivendo a Milano, si è trovato proprio nella zona in cui il Covid-19 ha mostrato il suo volto più terribile.

 

Eppure il pensiero della morte è molto rinvigorente per l’anima, al contrario di quello che si pensa; si potrebbe anche dire che per ragionare correttamente occorre sempre partire dal limite estremo della nostra creaturalità.
Anche l’essere felici dipende dal pensiero della fine, perché solo dando un senso a quello tutto il resto si illumina di una luce non artificiosa.
Il comico fa questo di mestiere, quando lo fa bene: ribalta i nostri status quo, scuotendo la nostra inerzia mentale, per vedere se le nostra fondamenta umane reggono. Quante battute ci sono sull’uomo che inciampa e cade? Perché la fragilità è la cosa più ironica e seria sull’uomo, segno quotidiano per tenere a bada il nostro orgoglio e memoria di quella caduta originale dall’Eden.

 

Giacomo è perfettamente guarito (e anche sua moglie che è stata colpita da una forma più lieve), ma ha toccato con mano la fragilità di sentirsi seriamente impaurito e di aver visto il suo corpo cedere a una debolezza incredibile; confessa:

Tantissima stanchezza: un mattino non sono riuscito neppure a svitare la moka del caffè, per darti l’idea di come mi sono sentito. (da Corriere)

 

Pronto a donare il sangue

Il tono dell’intervista si alleggerisce quando vengono evocati gli altri due membri del trio e Giacomo li prende in giro dicendo che non sono andati in suo soccorso con la scusa del «non siamo congiunti». Ormai ci scherziamo tutti su questa parola, chissà che in futuro Aldo, Giovanni e Giacomo non ci regalino un corto sulla quarantena a modo loro. Anche questo è un mito da sfatare: le vicende tragiche non vengono sminuite da chi ne parla con la voce della leggerezza.
Non si è irrispettosi dei morti pensando che tra qualche tempo avremo anche bisogno di ridere su certi aspetti di quel che abbiamo vissuto in mezzo alla pandemia. Perché ridere non è un gesto di superficialità, ma di umiltà.

 

Il cialtrone che sghignazza lo riconosci dal rumore passeggero che fa. L’umile che ride lo riconosci dai gesti: tendenzialmente non è tutto proiettato su di sé, a differenza di serissimi eruditi che parlano con tono grave ma solo per rimanere al centro della scena. Già in questo tempo di convalescenza Poretti è tutto proteso agli altri.
Ha dichiarato di voler donare il suo sangue per aiutare gli altri ammalati, se dalle analisi il suo plasma risulterà adatto alla cura. Ma c’è un aspetto notevole della sua vita che non tutti forse conoscono: Giacomo ha lavorato per undici anni come infermiere, fino al 1985 quando decise di scommettere tutto sulla carriera da attore.
Dunque il suo sguardo su questa pandemia, che ha attraversato da ammalato, è anche quello di chi sa bene cosa sia stato chiesto al personale ospedaliero in questi mesi di emergenza. A Mario Calabresi ha dichiarato:

Quello che è successo è una cosa tremenda, non voglio dire che l’abbiano capito solo loro – i medici e gli infermieri. Però è un po’ vero che l’hanno capito solo loro.

Chiedimi se sono di turno

La quarantena ha bloccato l’attività lavorativa di Poretti al 21 febbraio scorso, data in cui ha fatto la sua ultima replica teatrale dello spettacolo Chiedimi se sono di turno. Curiosa talvolta la sincronia degli eventi di cui è testimone una persona. Sì, dallo scorso ottobre il comico milanese era in tournée con uno spettacolo dedicato agli infermieri in cui, facendo memoria della sua esperienza personale, raccontava l’epopea di questa figura da lui definita «il poliziotto della speranza che non chiude mai gli occhi».

 

Il teatro si è fermato, ma sulla scena della realtà si è davvero illuminato il valore e la fatica di questo mestiere devoto alla cura.
Abbiamo stampata in mente l’immagine dell’infermiera distrutta e addormentata sulla tastiera del pc, e anche Giacomo è stato colpito da quell’istantanea umana: uno dei pezzi forti del suo monologo era proprio dedicato al tema del sonno, cioè dei turni lunghi e stancanti che deve affrontare ogni infermiere.
Molti ospedali gli stanno già chiedendo di poter ospitare quello spettacolo, segno che proprio chi ha conosciuto il volto più tragico del virus riconosce un valore terapeutico anche all’ironia (che non è affatto un dimenticarsi tutto con una risata).
Pirandello ci ha insegnato che «umorismo» è quell’acuto sentimento del contrario in cui la riflessione ci porta a tu per tu con la parte più scabrosa di noi:

In certi momenti di silenzio interiore, in cui l’anima nostra si spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e più penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita, quasi in una nudità arida, inquietante. (da L’umorismo)

Nel post emergenza credo che il teatro sarà un luogo fecondo per la coscienza della comunità umana; gli artisti devono esserne consapevoli.
Non sarà una questione di botteghino, ma di proposte capaci di dare al popolo ipotesi umane per rifondare una speranza condivisa e non braccata in solitudine.

 

Giacomo Poretti ha meditato su questo, immagino; ed ha un’ipotesi già consolidata da cui ripartire.
Certo, Chiedimi se sono di turno è un monologo che cambierà in parte i suoi contenuti alla luce dell’accaduto, ma non verrà stravolto.
La sua ripartenza lavorativa e umana sarà proprio quello spettacolo: un copione pronto, che si lascerà plasmare dagli eventi. E non è vero solo sul palcoscenico, anche noi siamo proprio in questa stessa condizione: farci trovare disponibili a una trama nuova, ferita dagli eventi, senza stravolgere chi siamo.

VIDEO – Giacomo Poretti: «Io e il coronavirus, ecco cosa ho vissuto»

 

 

Fonte: Aleteia

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