D’Avenia: orfani di autorevolezza, i figli diventano tiranni

di Annalisa Teggi

Dalle colonne del Corriere Alessandro D’Avenia dipinge il ritratto della grave carenza educativa in atto, una mancanza di volti autorevoli che rende i bambini schiavi del loro istinto dispotico.

Non c’è paradosso educativo più sensato: la libertà nasce dai limiti. Perché la libertà non è la spontaneità, ma è un percorso guidato da una voce autorevole. Spontaneamente, ogni ritaglio di terra non diventa giardino ma selva. E così è del nostro terreno interiore, fin da bambini; solo una mano ferma e consapevole può strappare erbacce, mettere concime, potare.

 

«Ciò che è umano nell’uomo non fiorisce spontaneamente» ha sintetizzato Alesssandro D’Avenia dalle colonne del Corriere in un pezzo che fin dal titolo è debitore a Dino Buzzati di una triste profezia sull’educazione: il bambino tiranno.

Educazione civica sì, educazione no

Le riflessioni di D’Avenia muovono dal cruccio di toccare con mano la ritirata del mondo degli adulti dal compito educativo:

Le pagine di Buzzati mi sono tornate in mente il 2 maggio, quando la Camera, approvando la legge che introduce un’ora di educazione civica alle elementari e alle medie, contestualmente abrogava la misura che prevedeva mezzi disciplinari come: la nota sul registro con comunicazione scritta ai genitori, la sospensione, l’esclusione dagli esami o l’espulsione.
Un cortocircuito tipico del nostro tempo: potenziare un’educazione civica astratta ma depotenziare l’autorità in atto, come se il suo esercizio, chiaramente non riducibile a quelle sanzioni, significhi fare violenza. (da Corriere)

Sempre più spesso vengono a mancare figure di responsabilità, di riferimento nel mondo dell’infanzia e della gioventù.
Si contestano i professori che osano punire gli alunni, tra famiglia e scuola non ci si dà man forte ma si arriva ai man rovesci (l’ultimo caso a Lodi, in cui una madre ha picchiato la vicepreside), tra le pareti domestiche la voce di mamma e papà si è fatta tentennante per non dire silenziosa.

Manduria è il volto degenerato al massimo grado di questa brutta china: 8 ragazzi minorenni hanno torturato un 66enne che è poi morto.
Cani perduti senza collare, li definì lo scrittore francese Cesbron e il cane randagio fa presto a unirsi in branco, a diventare lupo famelico.
Letta simbolicamente, questa cronaca nera ci parla di una generazione adulta che soccombe all’irrazionale tirannia dei giovani.

Sbandati? 

Orfani sarebbe meglio dire; biologicamente forse no, ma emotivamente e moralmente sì.
Nutriti di educazione civica astratta, a digiuno di volti che si mettano davvero in rapporto con loro – sottolinea D’Avenia, che cita un passaggio strepitoso di Hannah Arendt:

Che gli adulti abbiano voluto disfarsi dell’autorità significa che rifiutano di assumersi la responsabilità del mondo in cui hanno introdotto i figli. Quasi che ogni giorno i genitori dicessero:
“In questo mondo anche noi non ci sentiamo a casa nostra: anche per noi è un mistero come ci si debba muovere, che cosa si debba sapere, quali talenti possedere. Dovete cercare di arrangiarvi alla meglio, non siete autorizzati a chiederci conto di nulla.
Siamo innocenti, ci laviamo le mani di voi”. (Ibid)

Nel racconto Il bambino tiranno Buzzati immaginava l’esito estremo di un educazione mancata, racconta di un’intera famiglia che s’inchina ai capricci e poi ai ricatti e poi alle violenze del bambino Giorgio: l’involontaria rottura di un suo giocattolo da parte del nonno genera un clima da Inquisizione tra gli adulti, che tremano all’idea di quale reazione possa avere il piccolo despota di casa.
Giorgio brandisce l’arma del comando con una perfidia indicibile, lascia i suoi sudditti-familiari nel terrore e poi, dichiarando la sua perfetta incuranza verso il gioco rotto, fa esplodere i genitori in lodi sperticate per la sua bontà d’animo. Ma l’epilogo è terrificante, il bambino esce di scena come un carnefice soddisfatto del suo trionfo:

Poi si mise freneticamente a ridere. Rideva da spaccarsi. “E guardatelo che stella!” ripeté beffardo, uscendo dalla stanza. Terrificati, i grandi tacquero.

Non siamo lontani mille miglia dalla tragedia di Manduria. Se i grandi tacciono – non hanno proposte, non iniziano un discorso autorevole – , il bambino urlerà pur di avere un legame, anche deviato, con chi ha attorno. Siamo necessariamente creature relative, spiega bene D’Avenia.

senza la «dipendenza buona» dall’autorità si generano dipendenze surrogate, perché l’uomo non è un essere «assoluto», ma «relativo», cioè bisognoso di relazioni significative. (Ibid)

I bambini ci entusiasmano per la loro disarmante spontaneità, ma il nostro compito non è quello di applaudire il loro fiorire spontaneo e incontrollato.
Li vogliamo creature libere, prosegue D’Avenia, e non schiave della giungla di emozioni e istinti che può crescere a dismisura.
Gli episodi crescenti di bullismo o, all’opposto, di autoesilio in stanze chiuse e buie da parte degli adolescenti sono gli esiti estremi di questa assenza di figure autorevoli che dicano, usando la prima e la seconda persona singolare, che la crescita è un cammino che passa dal seguire, prima che dal correre a piacimento.

Il passeggino capovolto

Nel libro prima citato, Cani perduti senza collare, c’è uno scambio significativo tra un giudice che si occupa di minorenni problematici e una di queste giovani anime alla deriva:

“Non vuoi amare mai nessuno? Perché?”
[…] “Ogni volta che ho voluto bene a qualcuno mi ha abbandonato!”
“Ascolta…”
“Non voglio più essere abbandonato, adesso! Sarò sempre io che abbandonerò per primo!”

È erroneo pensare che una relazione affettiva autentica si costruisca solo con carezze e incoraggiamenti.
L’autorevolezza di un «no», e di molti «no», sono un argine benedetto per il fiume in piena che è l’intimo di un bambino: il suo pianto indispettito per un’imposizione sgradita è solo l’onda superficiale che si calma presto. Sono figlia di un padre che è stato assente nella mia vita e che si palesava solo sotto forma di regali. Sono un’adulta che cova dentro di sé un’insicurezza spesso lacerante; sento la mancanza di quegli argini, della mano che trattiene a forza … e così facendo evita cadute pessime.

L’assenza di uno sguardo scrutatore, di una voce sicura è vissuta come un’abbandono dai figli.

 

È sentito come abbandono, e non premura, anche l’uso di gesti esclusivamente vezzeggiativi e consolatori; si può nascondere la percezione di un abbandono anche dietro la scelta, troppo precoce, di mettersi in secondo piano come genitori. D’Avenia fa notare un dettaglio solo apparentemente piccolo, cioè che la forma dei passeggini è cambiata proprio all’indomani di quella rivoluzione contro l’autorità che fu il ’68:

Negli anni Settanta i passeggini cambiarono orientamento: il bambino non guardava più il genitore, ma l’esterno: il genitore non faceva più da interprete del mondo dall’alto in basso, ma da accompagnatore. All’obbedisci e poi capirai si sostituì il mettiamoci d’accordo. (Ibid)

Io stessa ricordo di aver comprato un passeggino «fronte mondo» proprio perché credevo che fosse positivo che i miei figli guardassero fuori, lasciando alla mia mano di guidarli da dietro. Tuttora non la reputo una scelta sbagliata. Ma capisco benissimo ciò che intende D’Avenia: il modo giusto per conoscere il mondo passa di necessità dal confronto con un volto.
Non esiste conoscenza che sia spontanea, buona e istintiva; l’educazione è una voce dispotica, se vogliamo, che impedisce al piccolo di diventare dittatore di sè stesso. O che si lasci irretire dai molti dittatori in agguato. 

La voce del genitore autorevole non è un regno dispotico, ma è la necessaria monarchia del giardiniere che aiuta le rose ad arrampicarsi nel modo giusto, e le difende da afidi, cocciniglia, mal bianco ( … interrompo qui la mia personalissima lamentela sul giardinaggio fai da te).

Ritorno al punto: oggigiorno è ancora più cruciale che il mondo dell’infanzia incontri volti in carne ed ossa che lo introducano alla realtà, perché c’è un affollato fronte nemico (senza volto) che non attende altro che la nostra abdicazione.

Se il re abdica, governerà il nemico

Mettersi dietro è un gesto bellissimo, spalancare la vista dei nostri figli è un obiettivo che si raggiunge alla fine di un viaggio.
Se – riprendendo la metafora del passeggino «fronte mondo»  – il bambino non vede la presenza di un genitore o un insegnante come figura di riferimento per comprendere tutto ciò che la vita gli catapulta addosso, tenderà di necessità ad appoggiarsi ad altro o altri.

E c’è chi si strofina le mani, non vede l’ora di intercettare prede dall’anima plasmabile.
Il secolo scorso Chesterton scrisse che non esistono bambini non educati, ma semmai bambini fin troppo educati: e si riferiva al fatto che, camminando per strada, gli occhi dei più giovani venivano catturati dai messaggi dei cartelloni pubblicitari.

Ora siamo travolti da messaggi che provengono da ogni genere di schermo e non è detto che, come adulti, siamo sempre in grado di controllare a quale genere di informazioni i nostri figli abbiano accesso, con quali «voci» si mettano a parlare, da quali immagini siano stimolati. Non sono più a bordo di un passeggino «fronte mondo» guidato dai genitori, li lasciamo in un oceano in tempesta col pilota automatico. Alla deriva. 

Riprendere il timone è un gesto necessario e fuor di metafora D’Avenia lo traduce in una ricetta quotidiana:

fate un elenco di «no» che non riuscite a giustificare e per i quali resistere. Chiedetevi perché questi «no» sono buoni per voi e quindi per l’uomo o la donna che vostro figlio/a diventerà. Il vero amore attraversa la negatività e sa darne ragione ai figli, perché la libertà è frutto di conquista. (Ibid)

 

Fonte: Aleteia

 

 

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