Fare luce sul nulla

di Mario Calabresi

 

Ci sono famiglie che, dopo la chiusura per virus dell’Italia, del lavoro e della scuola, sono rimaste completamente isolate, tagliate fuori da tutto e in una situazione disperata. Sono i più poveri, che non hanno risparmi o il sostegno della cassa integrazione, che vivevano di contratti a tempo o lavoretti e i cui bambini non hanno computer, connessione internet e possibilità di tenere un legame con la scuola. Marco Battaglia ha 41 anni, due lauree (la prima in Legge, mai usata, la seconda in Scienze dell’Educazione), fa l’educatore e coordina un gruppo di assistenti sociali alle Vallette. Normalmente si occupa di sostenere dal punto di vista educativo le famiglie italiane e straniere di questo quartiere nell’estrema periferia Nord di Torino, dove c’è il carcere, ma anche lo stadio della Juve, oltre a una schiera di case popolari costruite per dare alloggio agli immigrati degli anni Sessanta che arrivavano per lavorare alla Fiat.

 

«Quando hanno cominciato a chiudere le scuole, ci siamo chiesti come fosse possibile tenere i contatti con i ragazzi delle famiglie più svantaggiate, quelli che non hanno pc e nemmeno immaginano la didattica online. Le loro famiglie sono rimaste completamente spiazzate e sono scivolate ancora di più nella marginalità e nell’esclusione.
Non stiamo parlando solo di immigrati, come si potrebbe immaginare: almeno per un terzo sono italiani. Fino a ieri i bambini andavano a scuola e poi venivano al nostro centro, che si chiama “La Finestrella” ed è uno spazio dell’Associazione Vides Main sostenuto da Save the Children, che ne ha fatto un suo “punto luce” (i punti luce di Save the Children sono 25 luoghi, nelle periferie delle maggiori città italiane, dove bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni trovano ogni pomeriggio la possibilità di studiare, partecipare a corsi e attività sportive dalle 14 alle 18). Noi seguiamo un migliaio di ragazzini l’anno, gli facciamo fare i compiti e poi giochi e laboratori. Ma tutto si è interrotto».

Per cercare di rimediare si sono inventati da zero una pagina Facebook e un canale YouTube dove mettere giochi didattici e attività quotidiane; preparano compiti ed esercizi che mandano su WhatsApp per i più grandi e ogni sera la fiaba della buonanotte per i più piccoli; postano contenuti per le mamme che frequentavano i loro corsi di italiano e che nella quarantena rischiano di dimenticare quello che hanno imparato.
Il problema, però, sono gli strumenti. «Ma non solo. Parliamo di famiglie con quattro o cinque figli che vivono in 25 metri quadrati o di più nuclei familiari che abitano insieme, situazioni in cui è quasi impossibile trovare tempo, spazio e strumenti per restare legati alla scuola. Se in questo scenario, poi, c’è un solo tablet o nemmeno quello… Con Save the Children stiamo facendo la stima di quante siano le famiglie che non hanno nessun accesso al digitale, è necessario intervenire per non escluderle completamente».

Mentre Marco e il suo gruppo si preoccupavano di tenere in piedi il filo dell’educazione, stampando le schede con i compiti e le lezioni delle elementari e portandole casa per casa, si sono accorti che il problema adesso era anche un altro: «Quando hanno chiuso tutte le attività produttive, le piccole fabbriche e i negozi, abbiamo capito che emergeva una nuova urgenza di supporto materiale, soprattutto di mamme sole con figli e con situazioni domestiche disperate. Non hanno nulla, sono donne che lavoravano ai mercati, dai parrucchieri o dalle estetiste, piccole partite Iva, contratti a chiamata, i cui figli stavano all’asilo e poi al “punto luce”, e che oggi non hanno più lavoro, guadagno o assistenza. Situazioni di fragilità che sono diventate di rottura. Penso a quella madre con tre figli, i maggiori hanno sette e tre anni, il più piccolo solo sei mesi, il marito è bloccato a letto perché è caduto da un’impalcatura e questa donna non riesce nemmeno a uscire per fare un po’ di spesa. Penso a una giovane donna italiana, anche lei con tre figli, abbandonata da poco dal marito e completamente perduta.

 

Abbiamo dovuto cambiare le nostre priorità: insieme all’educazione bisogna occuparsi anche della sopravvivenza. Così, con il sostegno del Banco alimentare e di Save the Children, abbiamo cominciato a distribuire pacchi con pasta, olio, farina, scatolame, latte in polvere per i neonati, un po’ di fresco e anche fogli e pennarelli per i bambini. Abbiamo iniziato con 30 interventi, in una settimana siamo arrivati a cento famiglie assistite. I primi giorni lo facevamo solo qui alle Vallette, poi la voce si è diffusa e ora con il nostro camioncino ci muoviamo in tutta la città, non diciamo no a nessuno e così adesso le famiglie sono già 150».

 

Insieme a Marco ci sono Giulia, Maria Letizia, Silvia, Angela e suor Carmela. Sono tutte ventenni, sono giovanissime dipendenti della cooperativa che segue i bambini nello studio, hanno deciso di farsi carico loro di queste consegne, per non mettere a rischio i volontari che sono anziani.
Andando nelle case hanno scoperto un’altra realtà che nemmeno immaginavano: le mamme che hanno appena partorito e che sono positive al coronavirus. «L’ospedale le manda a casa in isolamento, ne abbiamo trovata una, poi due, tre e in pochi giorni abbiamo individuato dieci casi. E ci aspettiamo un aumento. Il tampone non viene fatto a tutte le partorienti, ma a quelle sintomatiche o che al momento del ricovero certificano di aver avuto contatti con sintomatici o positivi. Abbiamo iniziato a dare loro assistenza, ma ora le ha prese in carico la Protezione civile».

 

L’associazione Vides Main, nata trent’anni fa dal volontariato delle suore salesiane, si occupa così sia del supporto educativo sia di quello materiale. Cercano di stendere una rete di protezione attorno a quelle famiglie che in questa situazione stanno precipitando. Un esempio pratico può essere questo. Le maestre delle elementari mandano per mail o sul registro elettronico le schede con gli esercizi, chiedono di stamparle e poi di compilarle e restituirle dopo averle scannerizzate o fotografate.
Ma se non si possiedono computer, stampante e il resto, l’emarginazione diventa immediatamente un dato di fatto, si scivola nell’abbandono scolastico per cause di forza maggiore.
Allora l’associazione tiene i contatti con le maestre, stampa i compiti, li distribuisce nelle case insieme ai pacchi con i viveri, poi li ritira, li scannerizza e li restituisce alle scuole. Una parte degli educatori, poi, fa assistenza al telefono, con WhatsApp o attraverso le videochiamate.

 

Conoscevo i “punti luce” di Save the Children, una realtà straordinaria, ma non questa associazione torinese, sono andato a scavare nel loro passato e ho scoperto che è nata negli anni Ottanta, quando un gruppo di suore salesiane incominciò a incontrare e a recuperare i ragazzi e i bambini nei cortili, negli androni, per la strada o – come scrivono nel loro documento di presentazione – sulle panchine “del nulla”.
Illuminare il nulla e farsene carico, ogni giorno in silenzio, è una missione nobile che in giorni come questi riempie di speranza.

 

Fonte: mariocalabresi.com

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