Ezio Bosso, non mi sono ritirato e faccio musica meglio di prima

di Annalisa Teggi

Una dichiarazione mentre era ospite a Bari ha generato una serie di titoli puramente scandalistici circa il suo abbandono della musica.
Bosso precisa: da due anni non suono più il pianoforte ma continuo come direttore d’orchestra.

 

Ha dovuto rispondere sulla sua pagina Facebook al dilagare di notizie che lo riguardavano. Ezio Bosso non lascia la musica, anzi continua a farla con l’amore incondizionato che lo contraddistingue.
È stato ospite alla Fiera del Levante Bari per parlare dei progetti che lo legano alla Puglia, ma una dichiarazione è spiccata su tutte le altre, quella in cui il musicista ha ricordato la sua impossibilità di suonare il pianoforte:

Se mi volete bene, smettete di chiedermi di mettermi al pianoforte e suonare. Non sapete la sofferenza che mi provoca questo, perché non posso, ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza.

Il progredire della sua malattia neurodegenerativa gli impedisce di suonare lo strumento da due anni, ma le sue parole hanno scatenato un tam tam mediatico che sembrava profilare l’addio alla musica del maestro torinese. Ecco allora che Ezio Bosso ha sentito la necessità di ribadire come stanno le cose:

Ieri abbiamo parlato di tante cose belle all’incontro, di etica, società, bellezza e soprattutto di musica.
E facciamo cose ancor più belle con le orchestre. Quelle che sogno e ho sognato tutta la vita. Purtroppo è stato dato inutile risalto in maniera sciacalla come sempre al pregiudizio su di me.
E questo si che fa male. Ho solo risposto (come dovreste aver notato) che non faccio più concerti da solo al pianoforte perché lo farei peggio che mai e già prima ero scarso, cosa che avevo già annunciato 2 anni fa. MA CONTINUO A FARE MUSICA E MEGLIO DI PRIMA! NON MI SONO RITIRATO.
Sono felice di ciò che faccio tantissimo! Ma mi addolora quando si insiste col pianoforte perché non so dire di no, faccio molta fatica e non ho abbastanza qualità. Ma soprattutto perché non si vede la bellezza di altro, quello per cui lotto.
E mi addolora che per quanto combatta contro le strumentalizzazioni, si scade sempre in quel pietismo sensazionalistico e queste cose si che mi farebbero ritirare davvero…

Armonia fragile

Il grande pubblico lo ha conosciuto quando nel 2016 è stato ospite al festival di Sanremo, ha colpito la sua eccellenza di compositore e musicista che fa i conti con una malattia che progressivamente aggredisce il corpo.

Difficile, appunto, non scadere nel pietismo, tanto detestato da Bosso. E quello che ritiene detestabile non è semplicemente l’etichetta riduttiva con cui lo si addita (il musicista colpito da una forte disabilità), quanto che la sua persona metta in ombra l’opera. Aveva infatti dichiarato:

Per me la musica deve essere sempre davanti: io sono un tramite, un interprete; che poi scriva la musica o la diriga non ha importanza, sempre un’interprete sono. Non si deve mai mettere la persona davanti alla musica, chi fa così – fosse anche per ingenuità – fa del male. (da Supereva)

Non è un sottrarsi, anzi è una piena partecipazione all’esperienza dell’arte che fa, senza cadere nella trappola dell’egocentrismo di cui siamo vittime su molti fronti. Se andassimo a spulciare le testimonianze dei grandi artisti troveremmo un ritornello simile a quello di Bosso, magari è meglio dire che c’è un coro di voci e forse T. S. Eliot usò la metafora più efficace in merito: l’artista è come il reagente che innesca una reazione chimica.
Non è al centro della scena, ma rimane protagonista dell’opera.

La musica non è un’esperienza singolare, ma comunitaria. All’immagine prevalente dei divi da palcoscenico che si esibiscono di fronte a folle urlanti, si contrappone il riferimento al focolare che Bosso ripete: la musica è un’occasione di incontro in cui la partecipazione di chi ha in mano uno strumento è tanto forte quanto quella di chi è seduto ad ascoltare. La coscienza dei popoli nasceva proprio da una simile condivisione attorno al focolare; musiche e racconti andavano a sedimentarsi come memoria comune e coscienza personale.

Pensare all’arte senza idolatrare l’artista è tutt’altro che pensare l’esperienza personale non conti: semplicemente non è venerata in sé, in forma egocentrica, ma diventa eco universale dell’umano. Tra i molti argomenti trattati a Bari, Ezio Bosso ha chiamato in causa anche la sua fragilità, definendola fondamentale come quella da cui ciascuno è toccato: l’esperienza del limite, del dolore si svilisce se diventa una celebrazione del “caso umano”, può invece essere la cartina al tornasole grazie a cui far vibrare corde che toccano il vivo del desiderio umano. La musica chiama in causa l’ipotesi di un’armonia tra gli elementi, ed è un’idea profondamente attraente per l’anima di ciascuno di noi, solitamente alle prese con le molte forme quotidiane di stonature e inciampi.
Possibile che possa uscire dalle nostre mani tremanti un suono che ci rimandi all’eterno del Paradiso?

Un’esperienza divina

Dunque, per quanto Ezio Bosso non voglia mettere al centro dei discorsi la sua persona bensì la musica che fa, è altrettanto vero che la musica lo ha spinto a fare i conti fino in fondo con la propria umanità, di cui fa parte anche il rapporto con l’Infinito.
Alla giornalista Angela Calvini dichiarò:

Suono Bach, quindi mi rapporto ogni giorno col divino. Tutti, tutti i giorni, ci rapportiamo col divino, in un modo o in un altro, poetico, religioso, critico.
Fa parte del nostro essere umani. Io potrei definirmi diversamente credente oppure sono uno così ateo che non sopporta gli atei. Piuttosto direi che alla giustizia divina ci credo, non a quella degli uomini attraverso Dio. Credo nella vita, e non ho rapporto con la morte come una chiusura. Ho dedicato la composizione Sixt breath, sesto respiro, all’ultimo respiro, che è quello che continua a vagare, continua in un altro modo negli altri, noi continuiamo a esistere. Noi facciamo di tutto per dimenticare che siamo un ciclo di vita e non un ciclo di morte. (da Avvenire)

Il divino è una faccenda quotidiana. In queste parole si sente tutta la tensione a cui San Paolo cercò di rispondere quando parlò all’Aeropago.
Sono senz’altro straordinarie le intuizioni umane che tentano di dare, a tentoni, un volto al Mistero del mondo. Si sente un’attesa di giustizia che abbia occhi più grandi di quelli dei tribunali umani, e attesa di una parola che sconfigga l’ombra della morte (in tutte le declinazioni che incontriamo ogni giorno).

La musica è senz’altro una scalata verso Dio, concede all’uomo intuizioni vere che possono rimanere bellissime astrazioni oppure possono incarnarsi in una speranza vera.
Perciò San Paolo porse ai grandi animi greci, quella che rimane una proposta coraggiosa a chi prenda sul serio la vita: “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio”.

 

Fonte: Aleteia

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