Cosa permette di rimanere nella Chiesa oggi?

“Annunciare Cristo nel cambiamento d’epoca”.
Su questo tema, 300 sacerdoti hanno vissuto, guidati dal cardinale Angelo Scola, gli annuali Esercizi spirituali.
«Il cuore dell’uomo è sempre pronto per Gesù e non è mai lontano. Solo l’incontro salva!» 

 

Di Simone Riva 

Si è trattato di un vero e proprio incontro quello che ha radunato a Pacengo del Garda circa trecento preti, nei giorni scorsi, nell’aiutarsi a rimettere al centro Colui che, chiamandoci, ha donato a ciascuno la propria identità.
La presenza autorevole e le parole illuminate del cardinale Angelo Scola hanno guidato il lavoro degli esercizi spirituali, permettendo realmente il riaccadere di Cristo in mezzo a noi.

Non richiami spirituali, non commenti originali ai testi della Scrittura, non il silenzio fine a se stesso, ma l’Avvenimento di un incontro è ciò che ci ha preso. Solo questo, del resto, è in grado di reggere «l’urto del tempo», come ha detto don Carrón nell’introduzione di domenica sera.
Solo il riaccadere oggi di quel fenomeno che colpì Giovanni e Andrea duemila anni fa, può avere la pretesa di non essere liquidato come una delle tante opinioni di cui siamo ripieni o una delle tante «constatazioni logiche» come le chiamava Romano Guardini.

La questione – del resto – è seria, la sfida è aperta: cosa ci permetterà di rimanere nella Chiesa di Dio?

 

Non ci siamo radunati a parlare delle cose penultime, quelle che svaniscono al primo colpo, ma siamo arrivati – anche da molto lontano – per mettere a tema la vita che, per noi, è legata indissolubilmente a quella di Cristo vivo nel corpo della sua Chiesa.
Proprio questo Cristo vivo abbiamo riscoperto come l’annuncio più urgente anche in questo “cambiamento d’epoca”, consapevoli del fatto che, come ha rilanciato il Cardinale:
«Ogni tempo è propizio per annunciare Cristo».

Chi lo direbbe di oggi? Eppure abbiamo visto che è proprio così: cosa sarebbe di noi se non fosse vera questa affermazione? Chi garantirebbe la giovinezza del nostro “sì” se Cristo non fosse comunicabile oggi, all’uomo di oggi, al suo modo di guardare la vita e la morte, gli affetti, il lavoro e il riposo?

Se non fosse contemporaneo a me e a te, se non potessimo amarlo ora, cosa impedirebbe di liquidare il fatto cristiano come una delle tante ideologie che l’umanità ha conosciuto?

Persino i nostri fallimenti e peccati non riescono a fermare la grazia di questa Presenza che, come una tenace catena, raggiunge ciascuno di noi facendo vibrare il cuore appena viene riconosciuta.
La stessa sfida la lanciò Gesù nel brano di Vangelo citato più volte dal cardinale Scola:
«Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,23).

Perché l’impossibile accada Gesù domanda la fede. L’epoca in cui viviamo ha già superato il cosiddetto secolarismo, che affermava l’impossibilità della pretesa cristiana secondo la quale un Uomo è il significato di tutte le cose, ed è entrata nella fase della deresponsabilizzazione: l’uomo non risponde più alla chiamata della vita. Ma noi siamo, sin dalla nascita, gettati nella realtà con una vocazione, un compito, immersi in una dinamica responsoriale.
Se non rispondiamo noi, nessun altro lo farà al nostro posto. Rispondere a chi? A Dio che chiama.
Possiamo dare la nostra risposta solo assecondando criticamente circostanze e rapporti che tramano la realtà. 
La Trinità è in attesa del nostro “eccomi”.

Gli Esercizi prendono dunque subito la forza di un invito alla conversione personale e comunitaria davanti all’Avvenimento di Cristo, sempre contemporaneo.

Il Cardinale legge un brano tratto dal romanzo di Anton Cechov intitolato Lo studente. Si crea un silenzio impressionante per la densità del racconto con cui si descrive alla perfezione che cosa sia Tradizione. Così deve avvenire la comunicazione della fede, questo è il metodo dell’annuncio cristiano: da Avvenimento a Avvenimento, per tutta la storia e senza preparazioni – sottolinea con forza Scola – perché il cuore dell’uomo è sempre pronto per Cristo e non è mai lontano.

A noi, spesso delusi dall’esito dei nostri tentativi “pastorali”, non potevano che risuonare come una vera liberazione quelle parole. Solo l’incontro salva! Questo vale anche per il nostro essere sacerdoti.

«Il sacerdote che agisce in persona Christi Capitis e in rappresentanza del Signore, non agisce mai in nome di un assente, ma nella Persona stessa di Cristo Risorto, che si rende presente con la sua azione realmente efficace»
(Benedetto XVI, Udienza generale del 14 aprile 2010). 

Ciò che ci permetterà di rimanere nella Chiesa di Dio, e non in modo formale, è proprio questa compagnia del Figlio di Dio alla nostra vita, che arriva persino a prendere possesso della carne di coloro che ha chiamato alla verginità per essere nel mondo la Sua.
Il cardinale richiama il modo con cui don Giussani presentava la verginità cristiana: un possesso con dentro un distacco. «Senza questa concezione del dono di sé», afferma Scola, «io semplicemente non sarei prete».

Che richiamo e che stupore nel vedere un uomo di settantasette anni, compiuti proprio l’ultimo giorno degli Esercizi, così certo e innamorato di Cristo e della Chiesa. Questo ci ha consentito di vedere ciò che abbiamo ascoltato.

Forse è questo che gli uomini desiderano: vedere i fatti in una vita cambiata.

Che la Madonna custodisca e faccia fiorire, per il bene di tutta la Chiesa, la grazia di questi giorni, ben sintetizzati dall’espressione dell’evangelista Giovanni ripresa più volte dal cardinale:
«Dio è amore»(1Gv 4,8).

«L’amore non ha bisogno di essere spiegato da cause che lo precedono», continua il Cardinale:
«Si impone da sé. Per questo è autoevidente».
Tutta la riflessione filosofica a cui l’umanità era abituata, a cominciare da Cartesio, lasciava fuori l’amore.
«La domanda di Leopardi “ed io che sono?” non avrebbe trovato risposta nel cogito cartesiano», insiste Scola. Dunque l’ultima parola sulla nostra vita è questo abbraccio libero d’amore della Trinità al nostro cuore.

 

Fonte:  clonline.org

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