4 virtù per prevenire la rabbia

di Carmen Laval

 

Viviamo in un tempo di arrabbiati.
Il rancore domina nei social, sugli schermi, nelle piazze, per la strada.
Possiamo far qualcosa per ritrovare l’istintiva gentilezza della nostra umanità?

La scintilla che accende la nostra rabbia è fuori di noi, ma il materiale che prende fuoco è dentro di noi. L’incendio dell’ira divampa spesso all’improvviso e provoca di solito una catena di grossi guai, rotture e ferite insanabili.
Esiste anche una rabbia “buona” che è l’indignazione, l’impulso a cambiare le cose che non vanno.

Qui riflettiamo solo sulla rabbia aggressiva, insensata, quella che fa male agli altri e a noi stessi. Per prevenire l’esplosione è necessaria la conquista di quattro virtù, cioè di modi di agire abitudinari, che contribuiscono all’autocontrollo: temperanza, pazienza, indulgenza e mansuetudine.

La rabbia è “il risveglio della tigre”, quell’animale selvaggio e sanguinario che sta da qualche parte dentro di noi. L’uomo arrabbiato sembra incontrollabile e incapace di rispettare qualsiasi regola o di fissare qualsiasi limite. Perde la lucidità, cioè la capacità di vedere e capire che cosa sta accadendo. Se dura nel tempo, la rabbia può trasformarsi in odio. Agisce nei rapporti umani come la nitroglicerina. Il suo uso, anche a piccole dosi, provoca sempre una deflagrazione i cui effetti sono difficili da controllare, soprattutto perché, come le altre emozioni, è contagiosa. Se ti arrabbi, fai arrabbiare gli altri.

Ma, come afferma papa Francesco, «Il cuore dell’essere umano aspira a cose grandi, a valori importanti, ad amicizie profonde, a legami che si irrobustiscono nelle prove della vita anziché spezzarsi. L’essere umano aspira ad amare e ad essere amato».

Vi propongo di esercitarvi in ciascuna di queste virtù un giorno alla settimana.

La temperanza

La prima virtù di cui abbiamo bisogno per prevenire la rabbia è una virtù che impedisce l’insorgere di ostacoli e ci permette di stare lontani dal “fiammifero”. È l’eleganza dell’anima: la temperanza.

In latino, temperantia significa “moderazione, misura, sobrietà” e “autocontrollo”. Consiste nell’essere “signori” di se stessi. Significa imporci la più vigorosa delle decisioni: nessuno può farci arrabbiare senza il nostro permesso.

Diventando temperati, padroneggiando il desiderio di avere di più, apparire di più, essere più importanti, ponendovi dei limiti, evitate una folla innumerevole di frustrazioni che portano all’invidia e, di conseguenza, alla rabbia.

Nel giorno dedicato a coltivare la temperanza, si tratta di sentirsi felici di quello che si ha. Scegliere di rinunciare a ciò che è eccessivo o superfluo lascia intimamente soddisfatti. Le principali tradizioni religiose raccomandano il digiuno e l’astinenza come strumenti per controllare le proprie passioni e quindi per salire spiritualmente.

 

La pazienza

La seconda virtù di cui abbiamo bisogno per prevenire la rabbia ci permette di resistere alle contrarietà quando si presentano.
Rende sostenibile il dolore causato dalla privazione e dalla frustrazione. Questa virtù è la pazienza.

In latino, pazienza significa “l’atto di sostenere, di resistere”. Diventando pazienti, si può tollerare la sofferenza e, così facendo, evitare di usare la rabbia per cercare di alleviarla. La pazienza è la virtù del legame. Dissemina le sue tracce nei gesti quotidiani dell’ascolto, dell’accoglienza, della solidarietà, del dialogo, della tenerezza; ma anche nelle situazioni di incomprensione, di sconfitta o di sofferenza. Pazienza significa anche saper sempre ricominciare.

Nel giorno dedicato a coltivare la pazienza, si tratta di disarmare la rabbia, cercando di mantenere sveglia e fredda l’intelligenza davanti a qualsiasi ostacolo o difficoltà. Se questo sembra difficile, ricordate un episodio della vostra vita in cui avete beneficiato della pazienza degli altri, dei vostri genitori magari, sentite la gratitudine nei loro confronti e questa gratitudine vi invogli a mostrare pazienza a vostra volta.

 

La tolleranza

La terza virtù di cui abbiamo bisogno ci permette di uscire dalla prova delle ferite (e dell’incontro con il loro autore) senza risentimento e desiderio di vendetta. Deve permettere di perdonare l’ostacolo o il suo autore. Questa virtù è la tolleranza. Diventando tolleranti e indulgenti, si riesce a non incolpare chi ci fa soffrire e, così facendo, si evita di usare la rabbia come mezzo di vendetta.

La tolleranza vissuta in profondità diventa compassione e perdono. Se volete non arrabbiarvi mai con qualcuno, pensate: «Ma questa persona sta morendo, e anch’io sto morendo. Allora…?»

Nel giorno dedicato alla coltivazione dell’indulgenza, si tratta di essere comprensivi e premurosi nei confronti di chi ti infastidisce, accogliendo volentieri i suoi difetti e le sue debolezze e perdonando i suoi errori e le sue offese. Se questo sembra difficile, ricordate un episodio della vostra vita in cui avete beneficiato dell’indulgenza degli altri, sappiate come essere loro grati e usate questa gratitudine per mostrare l’indulgenza in cambio.

 

La mansuetudine

La quarta virtù di cui abbiamo bisogno per prevenire la rabbia ci impedisce di attaccare chi ci ferisce; in altre parole, una virtù che ci disarma. Questa virtù è la mansuetudine.

È definita anche “la dolcezza serena e immutabile dell’anima”. In latino mansuetus, significa “calmo, gentile, tranquillo (non agitato) e addomesticato”.
La dolcezza richiede quindi necessariamente temperanza e pazienza, poiché ha l’effetto di domare. È la disposizione morale che tende alla dolcezza, alla pazienza, al perdono.
Gesù è venuto ad insegnarci che cosa significa essere “umani” e ha detto chiaramente:
«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita».

Nel giorno dedicato a coltivare la mansuetudine, si tratta di lasciarsi indebolire dalla dolcezza, di rendersi veramente innocui, incapaci di ferire qualcuno ricordando che un atto di gentilezza neutralizza quasi sempre la rabbia altrui.
Agire per malanimo provoca solo danni. Agire per amore significa essere innocui e probabilmente portare felicità. Vale per chi ama come per chi è amato.

Fonte: Bollettino Salesiano, febbraio 2020

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